Oggi apre a Torino la Fiera del Libro.
L’evento è stato avvelenato dalle polemiche che voi tutti conoscete.
Certe che di parole ne siano state dette e scritte tante, ci limitiamo a esprimere il nostro pensiero attraverso un brano tratto dal nostro “La guerra dei sordi”.
Siamo all’Università palestinese di Birzeit e la giornalista ebrea francese Juliette d’Artois incontra il rettore dell’ateneo messo sotto assedio dalle truppe israeliane.
“Dottoressa Nasir… buongiorno.”
“Buongiorno a lei. Ha dormito bene?”
“Benissimo, grazie”, mentì.
“Beh, i nostri alloggi non sono proprio dotati di tutti i comfort, ma so che i giornalisti hanno il dono di adattarsi a tutte le situazioni. Ha già fatto colazione?”
“Si, mi sono alzata presto…”
“Spero che a svegliarla non siano stati i nostri amici israeliani con i loro colpi di cannone.”
“No, sono abituata a sfruttare al massimo le giornate.”
“E io sono qui per questo. Oggi, come saprà, per noi è giorno di festa, quindi sono sollevata dai mille doveri di rettore e posso dedicarmi a lei. E’ pronta per visitare il campus?”
La dottoressa Nasir non aveva tralasciato nulla, lasciando per ultimo il settore del campus dedicato alle attività fisiche. Sul campo di calcio due squadre di studenti disputavano una partita piuttosto combattuta e Hanna la guidò a sedere sulle gradinate.
“Spero che la vista del loro rettore li spinga a non lasciarsi andare troppo…”, spiegò, offrendole una sigaretta che Juliette rifiutò.
“Posso farle una domanda?”
“Naturalmente.”
“Come fate a vivere così?”
Gli occhi scuri della dottoressa Nasir tradirono la delusione: aveva fatto di tutto per mostrare alla sua ospite una visione edulcorata della situazione. In quel momento capiva di non esserci riuscita.
“E’ che sappiamo di non poter vivere altrimenti, sappiamo che tutti i sacrifici ai quali siamo sottoposti, noi del corpo docente e circa cinquemila studenti, sono necessari per impedire che la disperazione e l’ignoranza trovino terreno fertile nei nostri giovani. Perché il futuro della Palestina non è nella resistenza ad oltranza, ma in una classe politica cosciente e pronta a rapportarsi con l’establishment internazionale.”
“E’ un giro di parole per dirmi che è contraria all’Intifada?”
“Sono contraria all’esaltazione che del terrorismo fa gran parte della popolazione. Sono consapevole che il terrorismo suicida danneggia l’Islam come religione, perché lo presenta agli occhi del mondo come promotore dell’assassinio di persone innocenti, e, sotto il profilo politico ed economico, danneggia il popolo palestinese perché ad ogni attentato di Hamas corrisponde la reazione israeliana altrettanto spaventosa e crudele. Il dramma della Palestina di oggi e di domani sono Hamas e gli altri gruppi rivoluzionari. L’unica soluzione realistica del problema è la costituzione di due stati su questo territorio, ma i fondamentalisti sono la pietra d’inciampo su questo cammino perché, con le loro bombe, rendono inutile ogni accordo.”
“Eppure Hamas e gli altri attingono i propri seguaci non dalla parte più povera e ignorante della popolazione palestinese. L’identikit di un attentatore suicida parla sempre di una certa elite culturale e di censo.”
“Non deve stupirsene. Avviene lo stesso tra gli israeliani. I coloni più agguerriti, i falchi più convinti vengono dall’alta borghesia.”
“Mi scusi, ma questo contraddice la sua teoria.”
“Non sottovaluti mai la religione. Qui a Birzeit, come in altre scuole, ci sforziamo di aprire la mente dei nostri studenti, di dare loro tutti gli strumenti per valutare le proprie scelte. Poi sono loro a decidere la strada che vogliono intraprendere. Moltissimi dei nostri studenti non sono d’accordo con la politica di Arafat, lo hanno contestato con forza e non soltanto per il modo di condurre le trattative con Israele. La loro opposizione è politica, non religiosa, sono nazionalisti palestinesi, non sognatori di un mondo islamizzato.”
“Un confine piuttosto precario…”
“Ma pur sempre un confine. Anzi, una barriera contro i tentativi di trascinarci da una parte o dall’altra. Si guardi intorno: ci sono infiltrati di Hamas che predicano le loro folli teorie tra i miei studenti, infiltrati dello Shin Beth che tentano di convincere i ragazzi a collaborare con Israele, inviati di Arafat che vogliono controllare il campus… e poi ci sono quelli che vengono qui perché Birzeit è l’unica istituzione educativa e culturale rimasta ai palestinesi. Ma tutti, qualunque sia la strada che hanno deciso di percorrere, sono qui perché vedono nella cultura l’unico strumento in grado di restituire loro le case, le proprietà, le terre, le esistenze di cui sono stati privati nel 1948. E questa io la considero una nostra vittoria.”
Con l’occasione auguriamo un in bocca al lupo a tutti i nostri amici che interverranno alla manifestazione.
Laura e Loredana
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Uno stralcio che invita a riflettere e a leggere il vostro “La guerra dei sordi”, prima però leggerò N.Y 1921 che ho acquistato da tempo ma non ho mai trovato il tempo per leggere.
ciao
F.
Francesco, è New York 1920. ;-P
Oops, giusto