Con questa poesia, infatti, apparsa per la prima volta nella raccolta del 1935 “Giorno dopo giorno”, il poeta siciliano, si proietta defintivamente nella seconda fase della sua opera lirica, distogliendo lo sguardo dai problemi personali dell’individuo, e osservando finalmente la devastazione fisica e spirituale in cui si ritrova a naufragare l’intera umanità dei giorni nostri; un umanità vecchia di millenni al contempo vittima e colpevole della propria condizione, originata dalla cieca fiducia in una scienza prostituitasi ormai al massacro e al delitto.
Quello di Quasimodo è un invito a dimenticare, a riprendere in mano il nostro destino per costruire una nuova era, un mondo migliore, nel nome della fratellanza e di una ragione più ragionata.
di
Salvatore Quasimodo

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
La linea filosofica di Quasimodo, insomma, è quella dell’oblio: Strappare le vecchie pagine dei libri di storia per stamparne di nuovi; testimoni di una civiltà più civile, di un uomo più umano, di una ragione più ragionata.
Non tutti i pensatori, però, hanno seguito la stessa linea d’onda di Quasimodo, divergendo addirittura, delle volte, su binari totalmente agli antipodi rispetto alla linea filosofica del poeta siciliano. E’ il caso ad esempio dello scrittore torinese Primo Levi, testimone in prima persona di quelle atrocità descritte da Quasimodo nei suoi versi.
Sopravvissuto agli orrori dei campi di concentramento nazisti, Levi ritiene, al contrario di Quasimodo, che per non ricadere negli stessi peccati, nelle stesse atrocità che la guerra ha riservato al genere umano, la prima cosa da fare è non dimenticare.
Insomma, secondo Levi le pagine dei libri di storia devono restare intatte negli anni a venire, come monito per i figli dei padri.
C’è allora una qualche sorta di contrasto fra gli scritti di Levi e quelli di Quasimodo? – si chiederà a questo punto il lettore.
Ma assolutamente no! Pur con metodi diversi, infatti, entrambi i pensatori si sono impegnati nel dare all’uomo un valido strumento che eviti di spargere per le valli del mondo altro sangue innocente.
di
Primo Levi

nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.